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Disabilità

Print  E-mail  Written by Renzo Andrich   

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Una terminologia in evoluzione

Handicappato, disabile, persona disabile, persona con bisogni speciali, diversamente abile, persona con disabilità ecc… non sono affatto sinonimi ma termini che marcano la visione culturale della disabilità nelle varie epoche.

Dall’identificazione – nell’immaginario collettivo – della disabilità come una sorta di “malattia” – e quindi dell’”handicappato” come un diverso, negli anni ’80 l’Organizzazione Mondiale della Sanità faceva un importante passo in avanti definendo la disabilità come una condizione dell’uomo, in cui chiunque può ritrovarsi anche temporaneamente: incapacità di compiere un’attività nella maniera o a livello considerato normale per un essere umano.

Ma negli stessi anni, su un altro fronte, quello dell’innovazione tecnologica, l’attenzione si spostava dal piano della persona a quello dello specifico bisogno in cui la persona può trovarsi. Una visione più pragmatica, più terra terra se vogliamo: se non sono in grado di scrivere una lettera o di aprire una porta,  il problema non è quello della mia limitazione, ma di trovare uno strumento tecnico alternativo che mi consenta di compiere quelle operazioni. Nasce così il concetto di persona con bisogni speciali, caro soprattutto ai progetti di ricerca e sviluppo della Commissione Europea. La diversità di chi ha "bisogni speciali" non è più considerata un deficit, ma il punto di partenza per incrementare l'attenzione a chi - anche solo per un periodo temporaneo - ha necessità di aiuto per migliorare la qualità della vita.

Sulla stessa linea l’Organizzazione Mondiale della Sanità – con la pubblicazione nel 2001 dello storico documento ICF (Classificazione Internazionale della Disabilità, del Funzionamento Umano e della Salute) – definisce ora la disabilità non come un attributo della persona, ma come una situazione che nasce dal divario tra lo stato di salute di quella determinata persona e i fattori contestuali dell’ambiente ove la persona vive.

Tale situazione può rappresentarsi come un difetto nella struttura corporea o come una limitazione nelle funzioni corporee, come una limitazione alle proprie capacità di compiere un’ attività o al grado di partecipazione che posso esercitare in tale attività.

Nel modello ICF, la tecnologia ha un ruolo chiave nel rimuovere le situazioni di disabilità. E’ il primo, nell’ordine di classificazione, tra i fattori contestuali. Se il mio collega usa le mani per scrivere con una penna biro ed io invece, essendo impedito nell’uso delle mani, uso un computer per lo stesso scopo, nessuno di noi due è disabile rispetto a questa attività. Se io non ho il computer ed egli non ha la penna, entrambi constatiamo la nostra disabilità, nel senso di essere limitati in tale attività. Ciò che ci differenzia è lo strumento (penna o computer) che per me è questione di scelta, per lui di necessità. In questo senso, nel momento in cui serve per qualche motivo una definizione che esprima quali sono le mie esigenze, potrò dire di essere in questa situazione una persona con disabilità.

Disabilità come interazione tra persona e ambiente

La Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità utilizza proprio questo termine - persone con disabilità - per indicare i destinatari della Convenzione stessa, ossia (art. 1) "quanti hanno minorazioni fisiche, mentali, intellettuali o sensoriali a lungo termine che in interazione con varie barriere possono impedire la loro piena ed effettiva partecipazione nella società su una base di eguaglianza con gli altri."

E’ un nuovo approccio culturale, che non mancherà di importanti ripercussioni giuridiche collocando la disabilità come una questione di rispetto dei diritti umani: “La salute è l’abilità di vivere la propria vita nelle sue piene potenzialità. Ci sono persone per le quali la realizzazione di tale abilità dipende da fattori dipendenti dalla società. Per esempio, se una persona in carrozzina incontra difficoltà a lavorare in un particolare edificio perchè sprovvisto di rampe o ascensori, il modello ICF identifica il problema nel fatto che l’edificio deve essere dotato di tali impianti e non che la persona debba essere obbligata ad un altro lavoro”… (dal discorso di Gro Harem Bruntland, Direttore Generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, alla WHO Conference on Health and Disability. Trieste, Aprile 2002)

Last Updated ( Wednesday, 28 October 2015 09:01 )